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January 17 Mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che io pensiAl centro delle prime pagine di questi giorni è ancora la rinuncia del papa alla visita all’università La Sapienza di Roma. Se ne è discusso così tanto, tra polemiche e sbraiti inferociti, che un evento che in me all’inizio non aveva suscitato altro che compiacimento adesso invece, per le posizioni prese dalla nostra classe politica, mi provoca sgomento. La storia la conosciamo tutti: oggi papa Ratzinger doveva far visita, su invito del Magnifico Rettore, l’università più antica d’Italia, e fare uno dei suoi monologhi di retorica demagogica agli studenti per inaugurare il nuovo anno accademico. Risulta chiara la strada intrapresa allora da un gruppo di professori e studenti contro la questa visita. Ancora una volta in campo lo scontro secolare tra i dogmi di una Chiesa, oscurantista, gerarchica, rigidamente ortodossa, unica depositaria della verità assoluta, e la Scienza, indagatrice, progressista, da sempre sottoposta al giudizio e ai paletti imposti dall’etica morale costruita in gran parte per merito della Chiesa. Al soprasedere discreto e apprezzabile del papa hanno fatto eco le urla dei nostri politici: è questo, che di un fatto così plebeo se n’è fatto dello straordinario scandalo. Se da un lato si rievoca la famosa abiura di Galileo in difesa ai principi della Scienza, dall’altro si ribadisce che la stessa La Sapienza fu costruita per volontà di un papa, che Roma è la culla della Chiesa e il papa si trova a “casa sua” (se solo casa sua non avesse come coinquilini migliaia di persone che non la pensino come lui), che al papa non si può togliere voce, che è una vergogna e un’umiliazione per l’Italia, etc… voci, che da destra a sinistra, ad unisono rimbombano nei TG. Tutti hanno fatto proprie le parole di uno dei laici per eccezione Voltaire: “mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso” Bene, allora il problema non è tanto il papa, che per quanto possa dire ha poco potere sul libero arbitrio dei singoli, è la sua professione, in quanto monarca e custode della parola di Dio, proferire ciò che per la Chiesa è buono e quello che no, poi sta alle nostre coscienze il potere arbitrale di seguire o meno le indicazioni ecclesiastiche. Togliere la parola a chicchessia è un atteggiamento arrogante e disdicevole, manifestare contro chi tenta di influenzare in modo significante l’opinione pubblica ma soprattutto la classe politica è legittimo, dimenticarsi che la Repubblica Italiana è per costituzione uno Stato laico è alquanto grave. In conclusione vorrei che i politici invece di spettegolare, perché di questo si tratta trovo che si stia a fare solo salotto in parlamento, facessero efficacemente fronte, senza ostacolarsi a vicenda opposizione e maggioranza, partiti estremisti e centristi, all’arretratezza del nostro Paese, al ristagno economico, alla pesante inflazione, all’elevato debito pubblico, al problema rifiuti, alle pari dignità, e se continuassi mi si consumerebbero i polpastrelli delle dita. Quel che con i miei occhi, forse avendo sempre avuto il desiderio di vivere altrove quindi sentendomi un po’ fuori da tutto questo arrabattato “sistema Italia”, vedo una classe politica passata, scaduta e scadente, che si arrampica sugli specchi, pronta a fare scarica barile, a puntare il dito contro la parte opposta, incapace di affrontare con serietà i problemi dell’Italia di oggi, mentre si sta a discutere e a spartire colpe sui passati governi. Nei giornali stranieri noto che il Belpaese è spesso fra le pagine, è il Paese del ridicolo, dei politici-pagliacci, dove le trans vanno in parlamento (nulla da togliere a Luxuria, è un personaggio formidabile ma ha fatto sentire la sua voce solo quando si è resa conto che a Montecitorio non avevano provveduto per una toilette per trans, forse sarebbe stato meglio se avesse continuato con i varietà) e i froci non si possono neppure pacsare (in Francia pacser è diventato un verbo piuttosto abituale, perciò lo uso nella diretta traslazione all’italiano, speranzoso di poterlo dire in futuro. Ve lo immaginate? Sei single? No, sono pacsato), della ragazzina che si scopa un’intera squadra di calcio ne rimane incinta e chiede che gli 11 giocatori si sottopongano al test di paternità, il cattivo esempio da evitare, continuamente multato dalla Commissione Europea per protezionismo. Se c’è qualcosa di cui mi vergogno non è tanto che si metta a tacere il papa, che poi alla fine nessuno l’ha costretto a rinunciare alla visita e le manifestazioni di fatto sono state pacate, ma la nostra classe politica che parla a sproposito, che impugna e difende qualsiasi parola del papa, in nome di un rispettabile cattolicesimo che detta insegnamenti, a loro avviso, sani, che crea continue deroghe ai dibattiti cruciali, che litigano per accaparrarsi la ragione e mi parlano di intolleranza quando qualcuno dice la sua contro il papa? E torniamo indietro quando si parla di moratoria alla legge sull’aborto, quando si discute ancora se sulle leggi antidiscriminazione vada inclusa l’omofobia, sul senso di famiglia classica mentre giornalmente si consumano tragedie familiari su tutto il territorio, quando sul filo della psicosi statunitense se adesso io scrivo BOMBA posso essere intercettato come possibile terrorista (altri dati sconcertanti arrivano dalla ricerca sulla garanzia della privacy dei cittadini e l’Italia in questo è ultima della classica degli stati europei). Credo abbiano messo in scena un fantastico dramma, ma lo spettacolo dopo un po’ inizia a stancare, chi penserà a farli scendere dal palco? Scusate lo sfogo ma l’ho sentito quasi doveroso perché, benché sottolinei sempre la mia astensione alla politica, trovo esasperante per tutti noi la situazione dell’Italia. January 08 Incazzato neroSono incazzato nero. Un incipit per nulla da favola, ma sembra ormai diventata una mia quotidiana introduzione a qualsiasi forma di dialogo. Ho bisogno di buttare giù qualche riga per sfogare la mia incontrollabile rabbia e per far ciò non servono a nulla gli esempi dei racconti dei fratelli Grimm o le favole di De La Fontaine. Non ho Internet e questo è un male, non il peggiore di stanotte. Internet, quella finestra sul mondo, quella realtà non reale, quelle connessioni che non implicano nessun legame, Internet quel mondo di libertà. Ho associato negli anni troppi ideali, troppe confidenze, troppe relazioni con un mondo fittizio. Puro nella sua falsità ma soprattutto indolore in quanto astratto, intangibile… infrangibile. Che succede? L’ennesimo fallimento, dice il mio orgoglio, eppure la colpa non è mia: io sono sempre quello morigerato, l’apolitico, l’agnostico, e tutto quello che per A inizi. Sono quello che cerca la giusta misura ad ogni cosa, quello che quando qualcosa non appartiene al suo campo di conoscenze preferisce starsene zitto ed ascoltare, quello che le orecchia le presta a tutti per farti stare meglio, il minuzioso calcolatore, l’amante della perfezione. Già, che sia questo mio amore per la perfezione che mi faccia entrare in aspri scontri con chi mi sta attorno, o che sia invece la mia incapacità a sapermi far valere perché sempre stato abituato ad un mondo, dove le parole si misurano sì, ma in bit, e l’offesa, il disturbo o qualsiasi cosa ne nasca viene subito interdetta con un semplice click su qualche iconcina con tanto di divieto d’accesso. Sarebbe bello determinare chi è bloccato e chi no, dalla tua vita. Eviterebbe pensieri superflui , discussioni fra le genti e quell’ira che ti rode che ha voglia di farti reagire con tutte le tue forze, sei una bomba ad orologeria ma quel tic-tac devi metterlo a tacere ad ogni costo perché ingiusto sebbene giustificato. Dover determinare il giusto è sempre difficile anche per chi si sente nel giusto, e se qualcuno crede che ci sia qualcun’altro dall’alto che giudichi tutti noi e lo carichi di responsabilità, beh quello non sono io, nessuno ci salva. Lotto nel mio piccolo, nei miei spazi per ciò che io ritengo giusto, ma è possibile conciliarlo con ciò che legittimano gli altri? No, non lo è affatto. L’imporre delle proprie coscienze, impanate in chissà quali dei più variegati sapori, interessi economici, ideologici, morali… siamo tutti nella stessa merda. Convinti di essere giusti quanto si tratta di dover soddisfare i nostri gusti. E non mi resta che scrivere, perché un giorno questo, quello o quell’altro non restino vani ricordi, ma messaggi carichi di sentimenti, lembi di vita, tasselli di un mosaico ancora incompleto o pezzi di puzzle difficile da sistemare per colpa delle sue tinte, tutte simili, di tonalità appena discordi ma vanno lì per formare nell’insieme, quel tutt’uno. È questo che auspico che sia la vita, un insieme di pezzi ricomposto pazientemente, pezzi dai toni grigio fumé ma anche indaco, mammola, ambra, porporino. Sostengo sia impossibile mantenere con assoluto garbo buoni rapporti con tutti, specialmente con chi ha un vissuto, una storia, un’educazione, un pensiero diverso dal tuo e ancor peggio se tutto questo è quanto di più abominevole ritenga possa essere concepito nella tua visione d’insieme delle cose. Torno ad odiare, torno a farlo dopo un lunghissimo sopore. È così semplice odiare, basta che qualcuno cerchi di imporre su chi sia venuto primo le sue fottutissime idee e passarle come le uniche valide chiudendosi ad ogni forma di dialogo, istigandoti al litigio, alle offese. Si chiama intolleranza, ci ho pure fatto la tesina per l’esame di maturità e da allora restavo convinto che fosse un male d’altri tempi, da Inquisizione, da lager, ma mi sbagliamo. Siamo tutti intolleranti, a partire da quelli al glutine per finire agli omofobi. Tutti odiamo con tutto noi stessi qualcosa, o peggio qualcuno. Che sia avversione, astio, ostilità, antipatia… non importa il grado, tutti siamo intolleranti… anche i democratici, così come i liberali o i comunisti e poi la fottuta Chiesa. Tutti ci odiamo, nel fondo. Io personalmente oggi odio essermi ficcato in casa un demente, tanto nella mente quanto nell’animo, tra le serpi più velenose che il gaio mondo avesse abortito, pronta a mordere, a rosicchiarti fino all’osso purché l’abbia franca. E sono stanco di schivarla questa razza di aberrazione umana, ma ci devo convivere, tenere sotto la lingua parole ferme quanto malvagie che appena esco dalla porta di camera mia siano pronte a prendere fuoco prima ancora che dia alito alla sua meschina bocca perché, come nei peggiori incubi, non c’è arma che annienti il suo veleno. Voglio cambiare casa, voglio un posto per me, senza dover discutere a chi tocca pagar di più, scopare di meno, lavare di più, consumare di meno, abbassare il volume di più, cagare di meno. Desidero quiete, almeno in casa mia. Chiedo forse tanto? |
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